<<   N. 4831   >>

★ Manfredi, Gerolamo [?-1492]. [carta 1 recto, prime 6 righe] Hieronymi manfredi inpronosticon anni salutis. 1482.// exordium feliciter incipit.// [O]Portet admirari sapientiam creatoris qua[e] in produc//tis ab eo rebus est videre vt etia[m] cecinit psalmista. Ce//li enarrant gloriam dei & opera manuus eius annuntiat firma//mentum [carta 1 recto, righe 21-27] Explicit prohemiu[m] & sequitur iudicium.// Annus noster vniuersalis mundi die quinta martii. dabit// initium. Quia tunc luminarium erit puentionalis oppositio ad// introitum solis in arietem. Sed vuuscuiusque ciuitatis annus// incipit in hora sue reuolutionis qua sol ad punctum suum re//uertitur in quo erat hora hedificationis aut rehedificationis// vt annus Bononie die vigesimatertia madij [sic] dat initium [carta 7 recto, righe 7-8] dabit initiu[m] apud Ptolomeu[m]// Martius.// Oppo[sitio] luminariu[m] die. 4. post [carta 8 verso, riga 26] Februarius frigidus niuosus & tediosus […] in maiori parte ho[rum] dieru[m]// talia expettet. [carta 8 verso, righe 27-29] Finis Laus deo.// Per me Hyeronimu[m] de manfredis artiu[m] & medicine docto//rem in almo studio bononiesi. 1482. die 22. februarii. [Bononiae] [Henricus de Colonia] (22 febbraio 1482).

In 4° (18 cm), senza segnatura, cc. [8]. 27-32 righe per pagina. Carattere gotico. Il nome dello stampatore non emerge dal testo, ma è frutto di attribuzione.

Al verso della prima carta Manfredi spiega che il dominus anni cambia a seconda dei luoghi: così, in Turchia il Sole non “cade” in Casa decima (nell’oroscopo dell’anno) e dunque in quel Paese il dominus anni è Venere, Mars particeps. Nei luoghi in cui l’ascendente cade nel Segno dei Gemelli, il dominus anni è invece Mercurio, assieme a Venere e Marte, come è il caso di Bologna. Nella valutazione delle vicende dell’anno 1482 occorre tuttavia tenere in considerazione, scrive Manfredi, anche le 2 eclissi che si verificheranno il 17 marzo (del Sole) e il 26 ottobre (della Luna): mentre la seconda esaurirà presto i suoi effetti (in 3 mesi), la seconda avrà durata anche oltre la fine dell’anno (astrologico: cioè anche oltre il mese di marzo del 1483). Anche dell’eclissi dell’anno precedente, trattata nel pronostico del 1481, si dovrà tenere conto, perché destinata a far sentire ancora i suoi effetti. Fatte queste premesse, Manfredi esordisce nelle valutazioni così (carta 2 recto, righe 23-29): Iste annus erit annus benignus & gratiosus & totus amorosus & actibus venereis deditus plenus ilaritatibus & delectationibus ac concupiscentijs & multa in eo fient co[n]iugia m[u]ltisq[ue] in eo vxorabuntur qui antea coniugium neglexerunt. & multi pueri copulabuntur coniugio & erit annus pro maiori parte italie salubris & liber a peste & pauca erunt loca que a peste vexentur […]. Ancora (carta 2 verso, righe 3-5): Pauca erunt bella hoc anno nec annus iste bellorum est Sed annus suauis & quietus. Ac amoris & dilectionis & i[n] eo faciliter pacem & treghue concludentur […]. Nonostante queste premesse, nelle carte successive Manfredi elenca una serie di vicende negative che colpiranno vari nuclei di persone e luoghi: a Bologna, la sua patria, per esempio, da giugno a ottobre vi saranno egritudines malas vel ad homicidia lites & […] forte apparebunt quedam signa pestis […] (carta 3 recto, righe 6-8); tuttavia Bononiensis hoc anno fortunabantur in animalibus magnis [sic] (carta 3 recto, righe 25-26). Buone anche le previsioni per Venezia, mentre Alique rixe vel discordie aut dedignationes erunt florentie. Sed reconciliabuntur. & magnus timor adest de mortibus aliquorum magnatum ibi pro certo (carta 4 verso, righe 11-13). Mediolanenses hoc anno quibusdam disturbinibus cum inuolutionibus agitabu[n]tur. Multisq[ue] habundabunt egritudinibus. Et ibi dubitamus de peste aut quibusdam malis egritudinibus (righe 24-27). Manfredi dedica poi quasi una carta alle vicende di Roberto di San Severino [1418-1487] e l’avverte che avrà un anno particolarmente tumultuoso e pericoloso. Riproduco per la cronaca l’anno di questo Generale, così come è ricostruito nel sito Internet de La Compagnia del Leone e non posso che dar atto a Manfredi di non aver sbagliato:

“Il Pallavicini ed Antonio Marliani lo avvicinano per farlo ritornare a Milano; a questo seguono altri avvisi del medesimo tenore, via via più minacciosi, in quanto con siderano l'ipotesi di ribellione ed il sequestro dei beni. Non si muove; stimola anzi a sollevarsi contro lo Sforza Pietro dal Verme, il Rossi ed il Fieschi. Gli sono concessi tre giorni per pentirsi. Gli muove contro un esercito di 4000 cavalli e 2000 fanti, capitanato da Costanzo Sforza. Assediato in Castelnuovo Scrivia fugge con 80 cavalli e molti fanti aprendosi un varco fra le file avversarie; ripara nel genovese, si imbarca con 13 uomini e raggiunge Piombino e Siena, le cui autorità gli fanno dono di 500 ducati. Viene assoldato dalla Serenissima con il titolo di luogotenente generale per tre anni di ferma ed uno di rispetto. Gli è concessa una condotta di 1350 cavalli; gli è riconosciuto uno stipendio annuo di 80000 fiorini, metà dei quali gli sono anticipati subito. Fra le condizioni vi è l'esenzione da mostre, il riconoscimento della giurisdizione civile e militare sulle truppe, con l'eccezione dei reati di ribellione, tradimento, assassinio, incendio, falsificazione di monete, di competenza dei capitani delle città in cui si svolgono i fatti. Si impegna a combattere in qualsiasi parte d'Italia, a consegnare le città e le terre conquistate ed i condottieri catturati, dietro la consegna di metà taglia a suo favore. L'atto è firmato nella città lagunare. Si imbarca a Chioggia con i figli Antonio Maria e Galeazzo, è ricevuto con il bucintoro e si incontra con il doge Giovanni Mocenigo. E' creato nobile della repubblica e gli è regalato un cavallo del valore di 200 ducati. Ha a Padova un consiglio di guerra con il provveditore Antonio Loredan.

La sua prima missione per la serenissima si svolge sulle rive dell'Adige, simula un attacco alla torre Marchesana e fa attraversare nottetempo il fiume alle truppe a Legnago ed a Badia Polesine. Il giorno seguente Antonio da Marciano con 300 guastatori gli prepara in due giorni una strada nelle paludi, fatta di fascine e di altro legname, lunga 5/7 miglia: i fanti possono così arrivare al canal Tartaro con alla testa Andrea da Parma e Tommaso da Imola e lanciare un attacco di sorpresa. Il capitano avversario, il Montefeltro, si rivela all'altezza della necessità, fa sbarrare alla svelta il Tartaro ed inonda la strada appena costruita. Il San Severino non si perde d'animo e fa tagliare un altro argine nel ferrarese, per il quale le acque rifluiscono tutte nel Po dopo avere sommerso i campi e le case sotto il livello del fiume. Esce dalle paludi ed assedia Melara e ne batte con le bombarde la rocca, difesa da 50 fanti con i connestabili Bonaventura Tassoni e Demetrio Albanese. La fortezza cade in tre giorni; investe Bergantino ed in otto giorni ha a patti anche Castelnuovo: in tale località gli sono consegnati da Piero da Molin e da Niccolò Michiel lo stendardo di comandante ed il relativo bastone d'argento. Seguono scorrerie verso Trecenta ed Occhiobello. Quando il passo della flotta veneziana sul Po è bloccato dalle artiglierie del duca di Urbino, collocate a Stellata, si porta a Badia Polesine per tamponare le scorrerie di Cristoforo da Montecchio; rientra a Castelnuovo e fa attaccare gli equipaggi di 5 galeoni milanesi scesi in un'isola del Po. Rilascia i 70 prigionieri. Alla testa di 30 squadre di uomini d'arme, molti cavalli leggeri, balestrieri a cavallo e 6000 fanti assedia Ficarolo, difesa da 1000 fanti e 300 cavalli; pianta le artiglierie e costruisce i ripari per i suoi uomini; vince la resistenza di Stellata, bombarda sulla punta del Mezzanino la rocca di San Biagio delle Vezzane. Mentre è intento ad edificarvi un bastione, è sorpreso da un assalto portato dall'Este, da Niccolò da Correggio, dal Bentivoglio e da Giovanni Antonio Ventimiglia (12 squadre di lance, 300 schioppettieri e 300 fanti del Montefeltro). Si salva saltando su una barca che lo porta sull'altra riva; fra i suoi uomini sono uccisi o muoiono annegati 150 soldati per lo più schiavoni. Riprende ad assediare Ficarolo con 8 bombarde e molte passavolanti; anche il campanile della chiesa è utilizzato per colpire il castello. Lo contrastano il Montefeltro e Federico Gonzaga, che tagliano l'argine sinistro del Mincio ed obbligano le sue truppe a combattere nel fango e nell'acqua. Negli stessi giorni, sventa un nuovo tentativo di assassinio organizzato dagli sforzeschi, che si conclude con l'impiccagione di 2 uomini e la confessione di un terzo sicario inviato nel suo campo dal Trivulzio. L'ultimo giorno del mese, in un attacco a Ficarolo, muoiono 150 soldati. Continua l'assedio di Ficarolo con l'uso di molte macchine da guerra, il lancio di fuochi artificiati e l'azione combinata della flottiglia di Damiano Moro, che spezza la catena che sbarra il Po: 30 barche con a bordo dei carri superano l'ostacolo e permettono di collocare le artiglierie sotto la fortezza. Vi è un nuovo violento cannoneggiamento, seguito da un assalto che dura nove ore. Dopo 40 giorni (si contano 1647 colpi di bombarda), i 600 difensori rimasti si arrendono: si vocifera naturalmente di tradimento ed uno spagnolo è impiccato. Con la vittoria, invia nel Polesine e figli Gaspare ed Antonio Maria con il provveditore Piero Marcello. Costruisce un ponte di barche per attraversare il Po a Bonello: l'Este lo assale durante i lavori, sotto una pioggia dirotta, con 3000 uomini armati di schioppetti e di balestre, e costringe i guastatori ad abbandonare i lavori. Il San Severino fa tagliare le barche ed 11 di queste sono date alle fiamme. Entra la peste nel campo; anch'egli ne è colpito; è portato prima a Trecenta e poi a Padova in fin di vita per essere curato: il collegio dei Pregadi incarica Sebastiano Badoer ed Antonio Vitturi di andare a visitarlo e gli procura un medico veronese di fiducia. Guarito, raduna l'esercito di fronte a Pontelagoscuro; consiglia un'azione diversiva verso Modena e Reggio Emilia e si sposta anch'egli tra Pieve di Cento e Cento. Attraversa il Po con 50 squadre di cavalli e 2000 fanti, su un ponte di barche alla Vallice (Bonello) con la protezione di 2 galee e di un galeone. Il Trivulzio esce da Pontelagoscuro con 4/7 squadre di cavalli e 300 fanti per ostacolare la sua avanzata: i fanti veneziani respingono gli assalitori che perdono 27 uomini. Gli estensi appiccano il fuoco alle loro fortificazioni di Pontelagoscuro, buttano nel fiume i cannoni e si ritirano precipitosamente in Ferrara. Il San Severino, con il figlio Gaspare, scaccia il Trivulzio da un ponte verso Francolino, avanza sino a Confortino e minaccia da vicino Ferrara. I veneziani irrompono nel Barco (residenza estiva degli estensi) e ne distruggono stalle, serragli per gli animali e frutteti. Nessuno si muove a suo favore; lascia una testa di ponte sulla riva destra e ritorna su quella sinistra.”

Esemplari: Bibl. Capitular y Colombina, Sevilla.

Bibliografia: Klebs 654.12; GW M20585. Vedi anche Thorndike IV p. 460 e Orlandi p. 176, citati in calce alla scheda n. 4820.

Klebs 654.13 e GW M2058510 citano (e la sola Württembergische Landesbibliothek Stuttgart possiede) altra edizione del 22 febbraio 1482 di Bologna, Ugo Rugerius, in 4°, senza segnatura, cc. [8], 31-32 righe per pagina. In fine si legge: Per mi hyeronimo di manfredi doctore de le arte e di me//dicina ne lo inclito studio di bologna. adi. 22. di febraro. 1482.